
Sintesi a cura di T.Orsini e M.Valagussa
Relatrice: Prof.ssa Elsa Fornero
notissima economista, docente universitaria, ha ricoperto e tuttora ricopre molti prestigiosi incarichi in ambiti nazionali e internazionali, è stata Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità nel Governo Monti.
Il nostro Paese si trova oggi davanti ad un crinale che può essere occasione di un nuovo inizio oppure la continuazione di un declino: nonostante gli ingenti fondi che arriveranno dall'Unione europea, non abbiamo, infatti, la certezza di intraprendere un vero cammino di ripresa.

In un anno di Covid abbiamo perso sia capitale fisico – secondo l’Istat gli investimenti delle imprese e quelli in infrastrutture sono diminuiti del 15% - ma ancora di più abbiamo perso in termini di capitale umano, intendendo con questa espressione l’insieme di professionalità, capacità, competenze, esperienze.
Sul fronte del lavoro la situazione appare molto preoccupante: a Febbraio 2021 l'Istat ha registrato una perdita di quasi un milione di posti di lavoro in gran parte riferiti a contratti a termine, dal momento che i contratti a tempo indeterminato sono per il momento congelati per Decreto.
Quanti saranno -si interroga la nostra relatrice- i lavoratori la cui presenza risulterà ridondante in un futuro assai prossimo, quante imprese avranno ancora la prospettiva di produrre valore? Senza dimenticare che molti di coloro che in questo anno hanno perso il lavoro, hanno anche smesso di cercarlo perché cercare lavoro in tempi di pandemia non è affatto semplice.
E' però del tutto evidente che ciò, oltre a compromettere le singole professionalità e aumentare il rischio di povertà, rende il mercato del lavoro più fragile e le conseguenze le potremo vedere nel medio/lungo termine.
Per questo la priorità assoluta- sostiene la professoressa- deve essere quella di creare lavoro e di investire su questo obiettivo quante più risorse possibili, oltre a proseguire con quelle riforme che si sono rivelate più efficaci.
A questa priorità ne va associata un’altra: il rafforzamento dei processi di istruzione e formazione per contrastare l'impoverimento degli apprendimenti che la pandemia ha provocato.
E dall'impoverimento degli apprendimenti deriva l'impoverimento del capitale umano in termini di conoscenza e di competenza, nonché l'emergere delle tante fragilità che stiamo riscontrando.
I lavori di domani saranno il risultato di quello che saremo stati capaci di realizzare ora per recuperare quanto è stato perso lo scorso anno e nei primi mesi di questo, essendo anche consapevoli che le diseguaglianze si determinano fin dai primi anni della vita scolastica.
Quando si parla di ripresa- aggiunge la relatrice- non si può dimenticare che se non interveniamo al più presto sul fenomeno dell'emergenza educativa, ci ritroveremo domani con una società molto più diseguale e molto più polarizzata di quanto già non sia oggi.
L’Italia- fa notare- è, in Europa, il Paese che ha il più basso tasso di occupazione delle persone in età lavorativa, con riferimento in particolare all'occupazione femminile e giovanile, con punte particolarmente alte nel Sud.
Il fatto è che occorre spendere per i giovani che- l’esperienza lo dimostra- non stanno entrando nel mondo del lavoro in staffetta con i nuovi pensionati.
E’ impietoso il confronto con la Germania dove il tasso di occupazione è dell’80% contro il nostro 58% e dove il mercato del lavoro prevede formule differenziate per i più anziani (part time, linee di produzione modificate, etc).
Un primato negativo dell’Italia è anche quello di avere il più alto numero di NEET (Neither in Employment or in Education or Training): più di 2 milioni di giovani nella fascia 19-29 anni e addirittura fino a 34, che né studiano, né lavorano, né seguono alcun percorso di formazione.
Con eccezione del Trentino, dove chi non studia e non lavora viene inserito d'ufficio in un percorso professionalizzante pena la perdita dell’assegno di inclusione; si tratta di un gravissimo problema sociale ed economico per far fronte al quale la ricetta è, ancora una volta, crescita e occupazione.
La crescita può essere realizzata attraverso la politica monetaria e la politica fiscale, che tuttavia non sono sufficienti se non vengono sostenute da interventi molteplici e appropriati nel settore dell'istruzione e della ricerca e sviluppo.
La leva monetaria è in gran parte nella responsabilità della BCE; l’attuale Presidente, C. Lagarde, ha dato continuità alla politica di Draghi nel sostenere le economie europee, in particolare quelle più deboli, attraverso massicci acquisti di titoli di Stato.
A differenza della precedente recessione del 2008, nel corso della quale ci erano state imposte severe politiche di austerità, oggi abbiamo la possibilità di fare debito e il Piano Next Generation EU garantisce per la prima volta un debito comune.
Naturalmente gli investimenti devono essere in grado di generare debito buono, ossia finalizzato alla crescita.
A questo proposito le indicazioni ci arrivano direttamente dall’Europa. Una di esse impone di impiegare il 37% delle risorse previste per l'Italia in interventi a sostegno della transizione ecologica.

L’obiettivo è quello di arrivare al 2050 con una Europa carbon free. Non è un percorso facile, ma vediamo che è sostenuto da buona parte della popolazione europea, che sempre di più sta acquisendo coscienza della necessità di salvaguardare l’ambiente.
Si tratta di un impegno che comunque comporterà un radicale cambiamento nel modo di produrre, di consumare, di spostarsi.

Un altro settore di investimento indicato dall'UE riguarda la trasformazione digitale, che ha a che fare con la trasformazione dell’attività produttiva attraverso l’intelligenza artificiale, la robotica, l’innovazione tecnologica: la nostra manifattura dovrà diventare digitale, così come i servizi, a partire da quelli forniti dalla PA.
Ma anche altri sono gli investimenti indilazionabili per il nostro Paese e riguardano la fragilità del territorio, la messa in sicurezza delle scuole, la riorganizzazione della sanità …
Sappiamo che i fondi di Next Generation EU sono sottoposti a condizioni: il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) deve indicare i progetti in modo assolutamente chiaro, il relativo piano di attuazione e come questo sarà via via monitorato fino ad arrivare al 2026, anno che deve vedere il completamento dei progetti.

Il problema sarà l’attuazione del Piano: davvero una grande sfida per vincere la quale abbiamo la necessità di procedere con le riforme (sulle quali il nostro Paese sconta un grande ritardo) pena un inesorabile declino: negli ultimi 25 anni tutti i Paesi europei sono cresciuti con l’eccezione del nostro, che si è progressivamente impoverito.
La relatrice ci ricorda come già nella precedente crisi fu lei stessa promotrice di due importanti riforme, la riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro, senza le quali la BCE non avrebbe proceduto all’acquisto dei nostri titoli di Stato.
Se la competenza e l’autorevolezza, presente nei ministeri chiave del nuovo Governo, induce ad un cauto ottimismo, dobbiamo essere consapevoli che sarà indispensabile la vigilanza dei cittadini nel sostenere il cambiamento di direzione che i fondi europei consentiranno.
Ripresa vuole dire dunque ripresa economica, crescita dell’occupazione, ma anche resilienza.

Che cosa si intende per resilienza? La professoressa chiarisce che il riferimento è ad un concetto che indica la capacità di fare fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili e attenti alle opportunità, per saperle cogliere.
Il fatto è che - sottolinea- le opportunità in Italia sono molto disegualmente distribuite e di conseguenza l'obiettivo deve essere quello di distribuirle più equamente al fine di ridurre le difficoltà di chi nasce in ambienti meno fortunati, o di chi perde il lavoro o, ancora, di chi ha solo e sempre un lavoro precario.

Il nostro Welfare- dice- deve passare dall’essere una sorta di indennizzo o di “assicurazione” contro i danni, all'essere uno strumento capace di creare le condizioni per “limitare” i danni, in affiancamento al welfare tradizionale di sostegno. Usa una metafora per dire che deve essere in grado di livellare il terreno di gioco e contribuire a rendere le persone più forti, resilienti, appunto. Un Welfare proattivo dunque, capace di agire prima in tanti settori dell'esistenza dell'individuo. Anche in quello dell’istruzione, fornendo tutti gli strumenti necessari a sviluppare le conoscenze e le competenze, sia che si tratti di Formazione Professionale, di Istruzione secondaria o di percorsi formativi altamente specializzati; la relatrice ci ricorda che il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è una variabile dipendente dal titolo di studio e che sempre più importante è il Life Long Learning. E che comunque un Welfare proattivo deve essere indirizzato ai bambini fin dalla nascita, agli asili nido, alle scuole dell’infanzia,
Cita poi l’introduzione dell’ASPI - Assicurazione Sociale per l’Impiego – per la quale (ndr) nel 2013 ricevette il premio Ezio Tarantelli per la migliore “idea economica dell’anno”.
L'ASPI, in estrema sintesi, prevedeva un meccanismo che, di fronte ad un improvviso stato di disoccupazione, non solo garantiva un indennizzo, ma favoriva la ricerca di un nuovo posto di lavoro attraverso una serie di politiche attive del lavoro.
Attualmente queste politiche sono responsabilità regionale con conseguenti risultati disomogenei da Regione a Regione.
La ricca relazione della professoressa Fornero si chiude con un molto opportuno richiamo alla responsabilità non solo delle istituzioni, ma di ciascun cittadino, ovvero di ciascuno di noi.
