Esigenza di spiritualità e ruolo delle religioni nei diversi contesti sociali

Relatore: Don Pietro Lorenzo Maggioni, vicepresidente del Consiglio delle chiese cristiane di Milano e insegnante di teologia delle religioni e dell’ecumenismo presso il Seminario di Milano.
Stralci della relazione a cura di Tiziana Orsini
Premessa
La relazione, introduce Don Pietro, verterà in particolare sul rapporto tra religione e società e religione e cultura senza parlare direttamente di spiritualità ma cercando di far emergere comunque dal contesto la spiritualità come dimensione fondamentale.
Affronterà poi il significato di religione ed una sua possibile definizione sia considerando la sua pregnanza per le nostre esistenze oltre che più semplicemente attraverso un discorso interculturale.
Inoltre cercherà di fare emergere i grandi limiti e le grandi contraddizioni della questione religiosa perché è indubbio che dall’11 settembre 2001 in avanti il tema del rapporto tra religione e violenza è fortemente presente nelle diverse culture e società.

Soprattutto nella cultura italiana siamo abituati, anche in maniera inconscia, a percepire la religione come limite piuttosto che come espressione della libertà personale: un effetto dell’espulsione nella seconda metà dell’800 della religione dalle Università quando il tema religioso fu lasciato in appannaggio alle Università cattoliche senza prestarsi, come invece è accaduto in Francia e soprattutto in Germania, ad una agorà di discussione.
Siamo comunque debitori di un certo pregiudizio che risale all’età post illuministica e soprattutto con il sorgere dei cosiddetti “maestri del sospetto” la religione venne vista come strumento di un altro potere per governare le masse fino a essere considerata una sorta di oppio dei popoli.

L’ abitudine a pensare alla religione come limitazione della libertà o come espressione di una sorta di infanzia dell’umanità rispetto all’accadere di catastrofi naturali nel cercare in essa una risposta all’inconoscibile ci porta alla convinzione che nel superamento della religione acquisiamo “maturità” entrando in una fase della realtà che non è più infantile.
Per le sue origini e soprattutto per come si è strutturata organizzativamente nei secoli, la religione è patriarcato; al Don piace invece darne una lettura “femminile” e pensarla nei termini di una madre perché funge da “matrice” essendo la religione all’origine dei fondamentali dell’umanità.
Già nelle forme totemiche più primitive, la religione governava in qualche modo i rapporti di forza tra le società, rappresentando la gerarchia della società e l’ordine sociale.
Ciò è simbolizzato in tutte le religioni, incluso il cristianesimo; oggi in particolare nel mondo occidentale le religioni sono più un fatto individuale (diverso da intimistico) che un fatto sociale non avendo più la forza che avevano in passato sono diventate un fattore di coscienza non un fattore plasmatore della realtà.
Ma le strutture fondamentali che reggono la nostra realtà in qualche modo sono figlie delle concezioni religiose più ataviche: indubbiamente le religioni sono matrici di diritto.
Prendiamo come primo esempio la giustizia.

Tutte le norme nascono da una concezione atavica del mondo a partire dal codice di Hammurabi, ai comandamenti ed è molto interessante, fuori dalla contestualizzazione temporale, comprendere il rapporto tra religione e giustizia.

La religione, ancora oggi, nonostante la secolarizzazione diffusa, gioca un ruolo simbolico di garante (es. il giuramento sulla Bibbia nei tribunali americani, o i crocifissi presenti nelle nostre aule di tribunali…); il tema, trattato con particolare evidenza in Dostoevskij, porta a chiedersi a chiunque lavori nel mondo della giustizia, tante volte risultato di compromessi ed errori, fino a che punto è giusta la giustizia umana.

La giustizia con il tema della colpa, dell’errore, del male, del peccato apre un abisso sul cuore dell’uomo, sul mistero del bene e del male che talvolta va oltre i limiti della libera scelta.
C’è un mistero anche nella colpa che emerge dalle vicende che riguardano la giustizia: senza un appello ad un’entità superiore come può funzionare realmente la giustizia normale?

Anche l’estetica ha una matrice religiosa.
L’arte figurativa è intrinseca alla nascita delle religioni; i temi presenti all’interno dei templi pagani sono stati ripresi e trasformati in seguito dal cristianesimo facendo dell’iconografia una sua chiave di volta, nei secoli non priva di contestazioni come nell’ortodossia orientale, anche sotto l’influenza del nascente islamismo aniconico.
. Nemmeno la danza si sottrae ad una matrice religiosa: nella Bibbia la danza è preghiera e l’uomo rende lode a Dio nella sua unità di anima e corpo.
Fin dai tempi antichi la danza rappresenta, in diverse culture, un modo di pregare senza parole, ritrovando quell'unità tra mente, corpo e spirito che oggi troppo spesso sembra perduta.

Continuando gli esempi di matrice religiosa non può mancare la scrittura.
La Bibbia infatti fu il primo libro stampato con l’invenzione dei caratteri mobili; ma anche prima dell’invenzione della stampa i libri in pergamena, oggetti preziosi che richiedevano una lunga lavorazione, avevano un valore profondamente religioso.

Altro tema è quello della psicologia: anche senza scomodare Jung dai miti religiosi e dalle storie della Bibbia si sono creati archetipi da cui ricavare importanti caratteristiche del comportamento individuale e umano non solo della psiche ma anche dei rapporti sociali.
La psiche ci dice che c’è un livello profondo di noi che spesso non ci appartiene perché c’è un profondo di noi che va oltre noi.

Fondamentale e ancora attualissimo è il tema del rapporto tra la scienza e la religione.
Per secoli, soprattutto nella fase positivista, scienza e religione sono state in contrapposizione; vale la pena però ricordare che molti dei più grandi scienziati erano religiosi, musulmani dediti al culto del Dio unico, così come ebrei, monaci che concepivano la creazione come un altro libro da cui apprendere.
Per riuscire a cogliere le chiavi di interpretazione del libro della creazione bisognava conoscere il libro delle scritture: nel caso degli ebrei e dei cristiani la Bibbia, per i musulmani il Corano.
Significativo che nella letteratura coranica la stessa parola in arabo- ayyàt- sia utilizzata per definire il versetto e anche per definire i segni della creazione.

Ultimamente c’è stato un riavvicinamento tra scienza e religione soprattutto per quanto riguarda i cambiamenti climatici. Di fronte ad una realtà di ottusità da parte della maggioranza delle persone il linguaggio apocalittico - marcatamente religioso - viene citato non solo dal “fantasy”, ma anche dagli scienziati al fine di svegliare l’opinione pubblica e chiarire il rischio a cui stiamo andando incontro.
Stiamo assistendo ad un ritorno di confluenza tra due cammini che purtroppo hanno perso il sentiero comune e che oggi ancora di più necessitano di ritrovare una unità di intenti, un rispetto reciproco.
L’ultimo tema è il tema del sacrificio.
La parola ‘sacrificio’ è tipica del linguaggio religioso letteralmente significa ‘sacrum facere’, rendere sacro qualcosa o qualcuno, offrendolo alla divinità. È da osservare che l’idea e la pratica del sacrificio si incontra nelle varie religioni, nell’Induismo, nel Buddismo Zen, nell’Islam e nelle cosiddette religioni naturali, seppure con accentuazioni e sfumature diverse.
Non ci si accorge che la nostra vita sussiste grazie alla vita di altri, sul sacrificio di altre vite.
Questa è una esperienza basilare che facciamo tutti i giorni e di cui non ci accorgiamo
La Bibbia è molto attenta a queste dinamiche: ancora oggi ebrei e musulmani macellano la carne con attenzione affinchè l’animale che dona la sua vita e al quale bisogna essere grati venga ucciso in modo da farlo soffrire il meno possibile.
Noi cristiani che pur nel Concilio di Gerusalemme negli atti degli Apostoli abbiamo ribadito come fondamentale questo comportamento, continua Don Pietro, abbiamo oggi completamente perso questo rispetto nei confronti delle altre creature fino ad arrivare ad una crisi ecologica con una concezione del mondo come qualcosa da cui posso prendere a man bassa come se ne fossimo i padroni.
Al fine di separare il Cristianesimo dal rischio delle idolatrie pagane abbiamo predicato per secoli un Dio senza mondo e ora ci troviamo un mondo senza Dio.

Il sacrificio significa dunque riconoscere la sacralità delle cose che abbiamo a disposizione come il cibo, l’acqua, l’aria, le relazioni interpersonali; senza il riconoscimento della sacralità dell’altro, della sua dignità non c’è vita umana. Questa la grande provocazione che queste religioni così ataviche e anche il cristianesimo che ha fatto propri questi insegnamenti hanno da portare ancora oggi alla nostra attenzione.

Il dialogo interreligioso.
A partire dagli insegnamenti del Vaticano II e soprattutto di Giovanni Paolo II le religioni, in quanto tali, nella loro varietà dicono una creatività da parte di Dio che ridurla ad un solo cammino si rischierebbe di trasformare la propria religione nel proprio idolo.
Nemmeno il cristianesimo chiude tutta la potenzialità della verità di Dio; certo che per i cristiani è la via più autentica e comprensiva, ma se il cristianesimo fosse Dio allora sarebbe un idolo non un cammino a Dio.
Ciò ci deve indurre a riscoprire l’importanza e la bellezza estetica, sociale, culturale, psicologica delle tradizioni religiose tutte soprattutto ora in cui le religioni sono diventate sempre più rilevanti nelle nostre società pluraliste.
Dobbiamo riscoprire questo panorama pluralistico come una possibilità in più per diventare persone migliori: l’incontro con la differenza ci fa capire che c’è uno spazio oltre noi dove un Altro può apparire, emergere, interloquire.

Avviandosi alla conclusione il relatore torna alla domanda iniziale sul rapporto tra religione e violenza: dopo l’11 settembre la religione è la soluzione alla violenza o ne è la causa o entrambe?
Ogni religione, di per sé, essendo una visione omnicomprensiva della realtà, tende ad avere anche una visione sociopolitica sotto l’egida della propria convinzione teologica.
Quindi la teocrazia è una caratteristica insita in tutte le fedi, cristianesimo compreso che pure è la religione della non violenza per eccellenza.
Pensiamo ai secoli passati, alla lotta per le investiture che ancora oggi, per certi versi, esiste in alcune parti del mondo, indice del fatto che tutte le Chiese sono esposte ad una visione teocratica della realtà, pur avendo tutte le religioni le risorse per accorgersi di questo meccanismo perverso e cercare di risolverlo.

In conclusione la realtà chiede sacrificio, chiede donazione; lo stesso filosofo Massimo Recalcati - ricorda il relatore - nel suo libro “contro il sacrificio”, non annulla anzi valorizza il sacrificio stesso di Cristo come la chiave più profonda per uscire dal circolo vizioso delle violenze che purtroppo attanaglia le nostre coscienze e le nostre vite.
