
Ripensare l’impresa e la finanza di fronte alle grandi sfide sociali emergenti.
Relatore: Prof. Mario Calderini
Professore di Social Innovation e Direttore del Centro di ricerca Tiresia del Politecnico di Milano
Sintesi a cura di Tiziana Orsini
La situazione dell’impresa e del Terzo Settore prima della pandemia
Nel gennaio 2018 Larry Fink, A.D. di Blackrock, il più grande Fondo di investimenti del mondo, scrive una lettera -“ A sense of purpose”- ai CEO delle maggiori aziende americane nella quale dichiara che il Fondo di investimenti che egli rappresenta, ha assunto la decisione “di esprimere voto contrario nei confronti dei dirigenti e dei consiglieri di amministrazione, nei casi in cui le società non svolgeranno progressi sufficienti in materia di informativa sulla sostenibilità e non predisporranno linee guida e piani aziendali ad essa connessi”.
Sulle motivazioni di tale svolta, che si può davvero definire epocale, le spiegazioni possono essere le più diverse: opportunismo, forte pressione dell'Agenda 2030 dell’ONU, diverso comportamento dei Millenials che, prediligendo un approccio trasparente agli investimenti e al risparmio, condizionano anche le scelte dei fondi.
Ancora, un’altra possibile ipotesi è che non si può ignorare che l’impatto sociale che qualsiasi innovazione tecnologica produce, oggi si manifesta in modo molto diverso rispetto alla seconda metà del secolo scorso.
Tra una innovazione tecnologica e il suo impatto sulla società, oggi trascorre pochissimo tempo, perciò diventa impossibile analizzarne le conseguenze prima che si generino.
Naturalmente si comprende come l'analisi ex post renda molto più difficile controllare l’impatto sociale di un'innovazione tecnologica, sia nei suoi aspetti positivi che negativi. Alcuni studiosi ritengono che uno dei modi per controllare l'impatto sociale sia quello di renderlo endogeno allo sviluppo d’impresa, di considerarlo cioè ex ante e non a posteriori.
Durante la pandemia
Alla fine di febbraio di quest’anno, poco prima che iniziasse la grande crisi pandemica, il tema della sostenibilità sociale e ambientale era nella fase di definitiva consacrazione e le grandi imprese e i finanzieri di tutto il mondo si dichiaravano, genuinamente o opportunisticamente, pronti a prendersi direttamente l’impegno di trovare risposte coerenti alle grandi sfide planetarie. Anche il Terzo Settore, in particolare quello a maggiore contenuto imprenditoriale, stava attraversando una fase di managerializzazione e di finanziarizzazione, favorita anche dalla riforma legislativa in atto.
Dalla convergenza di questi aspetti avrebbe potuto scaturire un modello imprenditoriale più avanzato, in grado di produrre contemporaneamente impatto sociale e profittabilità.
L’arrivo della crisi ha però significato un ritorno imperioso dello Stato e rappresentato una minaccia per la costruzione del nuovo modello di convergenza.
L’altra grande minaccia ingenerata da questa crisi è il frequente ricorso a “una narrativa”, non sempre giustificata, di economia di guerra o di emergenza.
Questo approccio emergenziale rischia di vanificare il tentativo di trasformazione verso un’economia sostenibile. Si è tuttavia assistito anche ad un ritorno ai valori della solidarietà, della cooperazione, dell'interesse comune: un contrappeso che potrebbe dare luogo ad un nuovo modello d’impresa quando si uscirà da questa crisi.
D’altro lato, in questi mesi il ruolo dello Stato, nel contrastare la pandemia, nell'arginare i problemi sociali, nella politica economica, è tornato imperiosamente centrale. In pochissimi mesi, il pendolo ha quindi oscillato fra una sorta di tentativo di presa in carico delle politiche sociali e ambientali da parte delle imprese e della finanza, a una centralità del ruolo pubblico e dello Stato.
La domanda è quindi: all’uscita dall’emergenza, dove si fermerà il pendolo? Quale sarà la sintesi tra nuovo capitalismo cosiddetto “buono” e nuovo ruolo dello Stato? Che cosa nascerà da questa polarizzazione che si sta manifestando in tutta la sua forza durante l’emergenza Covid? In sostanza, quale modello dobbiamo aspettarci che esca dall’incontro tra “rethinking capitalism” e nuovo ruolo dello Stato?
Ci sono varie ipotesi possibili. Una nuova forma di socialismo liberale? O semplicemente un capitalismo reso più “buono” dalla presa di coscienza dell’insostenibilità dell'attuale modello di sviluppo? Oppure uno reso più “cattivo” dalla grande crisi? O ancora, forme nuove, ad esempio quelle che qualcuno chiama il capitalismo di comunità? Avranno invece ragione quei quattordici manager di grandi imprese internazionali che ipotizzano che nel futuro dell’economia post-Covid ci sarà il Quarto Settore popolato da imprese e da organizzazioni finanziarie che metteranno il significato, il senso e l’impatto sociale dell’atto imprenditoriale al primo posto del loro agire inaugurando la stagione della cosiddetta “purpose-driven economy”? E quale ruolo giocherà il Terzo Settore in questa trasformazione?
Si tratta di comprendere se la trasformazione sarà effettiva o solo di facciata.
Nella trasformazione verso un esito virtuoso il Terzo Settore ha un ruolo fondamentale, così come una nuova imprenditorialità dovrebbe essere in grado di inserire nei propri piani industriali e nei propri budget preventivi, impatto sociale e ambientale, superando l’attuale principio della responsabilità sociale d’impresa che, unitamente al bilancio sociale, ne vede invece gli effetti a consuntivo.
Diverse sono le opportunità di una sintesi virtuosa tra profit e non profit.
A titolo esemplificativo il relatore cita alcuni settori che riguardano i modelli di assistenza e cura, i modelli del turismo di prossimità, la produzione e la distribuzione di cibo di ultimo miglio, i nuovi modelli dell'abitare e del costruire. Si tratta di settori già “disrupted” dalla crisi pandemica e in cui, plausibilmente, non ci sarà business se non sociale. Possono dunque aprirsi nuove relazioni di comunità e grandi opportunità per le imprese sociali in grado di interpretare, anche in modo manageriale, le nuove modalità di stare sul mercato con un impatto sociale positivo, e potranno presentarsi altre opportunità con forme di partnenariato complesso e articolato tra profit e non profit, per un nuovo modello d’impresa, tenendo conto che i settori citati muovono centinaia di miliardi di spesa.
In ogni caso, a parere del relatore, il nuovo modello di impresa dovrebbe essere intenzionale, misurabile e addizionale:
intenzionale: l’intenzione preventiva, da parte dell'imprenditore, di disegnare un modello di business che crea un impatto sociale e ambientale predefinito, con una parità di gerarchia tra l’impatto sulle comunità e il profitto;
misurabile: è necessaria una metrica che dovrà essere forte quanto la metrica economica se
se gli elementi innovativi di cui sopra dovranno essere incorporati nei sistemi economici,
addizionale: potrebbe essere necessario sapere rinunciare, a parità di rischio, a un po'di rendimenti pur di ottenere un certo tipo di impatto sociale e ambientale.
La conclusione del Prof. Calderini è un appello alla politica che, a suo avviso, deve cominciare a guardare alle 350 mila organizzazioni del Terzo Settore in Italia, come a uno straordinario incubatore e acceleratore di impresa diffuso sul territorio. Le ragioni per farlo sono molteplici.
La prima, in un Paese con produttività stagnante, in cui si parla prevalentemente di politiche redistributive, anche il Terzo Settore può e deve fare la sua parte nella creazione di valore economico, realizzando nel contempo una nuova generazione di welfare trasformativo.
La seconda, perché l’economia e l’innovazione sociale possono disinnescare il potenziale di diseguaglianza e lacerazione sociale che è nascosto tra le pieghe del Green New Deal.
La seconda, perché l’economia e l’innovazione sociale possono disinnescare il potenziale di diseguaglianza e lacerazione sociale che è nascosto tra le pieghe del Green New Deal.
La terza perché questa è una politica anticipatrice di futuro nel quale il “sense of purpose”, il valore e il significato delle cose, disegnerà un migliore capitalismo e un nuovo modo di stare sul mercato.
